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> INDICE STUCCHI

 

Gli Stucchi

di Gianni Berti  22 Agosto 2003   

In questo articolo, desideriamo dare una panoramica di informazioni utili ai produttori ed agli utilizzatori degli “Stucchi”. Poiché l'argomento è veramente ampio, riteniamo questa pubblicazione sempre aperta ad aggiunte ed ampliamenti, di conseguenza visitatela periodicamente perché si accrescerà nel tempo.

Cominciamo con questi argomenti e questi articoli selezionati per voi dal web :

 

Ricordiamo sempre che auspichiamo critiche, precisazioni, eventuali correzioni da chiunque lo desideri, attraverso il Forum del sito.

 

 

Cosa sono gli Stucchi

Col termine “Stucco” si indica un particolare tipo di amalgama, realizzata in materiale plastico bianco o eventualmente colorato con pigmenti, che indurisce all’aria.

Nella grande parte dei casi, lo Stucco viene applicato durante la fase plastica, lisciato o modellato, e dopo l'indurimento, carteggiato, rifinito e decorato. fig.1

(fig.1)

Ma vengono anche applicati in stampi e, quando diventano solidi, vengono sformati dal calco e solo successivamente incollati sul supporto. fig.2

(fig.2)

Tale versatilità e varietà di utilizzo, ne fanno da sempre una delle componenti di finitura, più utilizzata da sempre.

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A cosa servono gli Stucchi

 Gli Stucchi servono ad uniformare o preparare superfici di varia natura ad una successiva finitura decorativa, o, quali decorazioni dirette. Gli Stucchi devono essere facilmente “modellabili” anche dopo l’essiccazione. (carteggiatura, formatura ecc)

Pensiamo a quanti supporti necessitino di modifiche all'aspetto o quante volte serva impartire protezione chimico fisica ! E’ ne capiremo la diffusione e le motivazioni per le quali  gli Stucchi siano impiegati in tanti settori e da tanti secoli. (Edilizia, Legno, Metallo ecc.)

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Come si applicano gli Stucchi

Gli stucchi si applicano in due modi, "manualmente" e "meccanicamente"

Applicazione Manuale degli Stucchi :

Gli Stucchi vengono applicati con l'ausilio di utensili. La forma, il materiale di costruzione, la dimensione di tali utensili, è molto numeroso e vario, per seguire le innumerevoli esigenze applicative. (Spatole, frattazzi, palette nelle loro innumerevoli varianti)

Applicazione Meccanica degli Stucchi :

Gli Stucchi vengono applicati sempre più spesso con l'ausilio di "macchine". Aerografi ed Airless risultano oggi insostituibili in applicazioni su grosse superfici da "stuccare", per la loro produttività e qualità di distribuzione dello Stucco sul supporto. Inoltre l'ingresso sul mercato di attrezzature a costi più competitivi sta favorendone la diffusione e conoscenza, con uso sempre più frequente anche su medie e piccole superfici.

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Come sono fatti gli Stucchi

Mediamente gli Stucchi sono fatti con uno o più “leganti”, che aggregano quantità variabili di “Cariche e o extender” (generalmente alti solidi) e sono amalgamati con “veicoli liquidi” di varia natura, spesso modificati da "additivi" che conferiscono caratteristiche specifiche.

Ovviamente questa è una definizione “azzardata” in quanto incompleta di una serie di possibili variabili che cercheremo di analizzare il più dettagliatamente possibile nella pubblicazione.

    Leganti degli Stucchi

    Cariche ed Extender degli Stucchi

    Veicoli per Stucchi

    Additivi per Stucchi

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Come classificare gli Stucchi

Classificare gli Stucchi è una impresa difficile,  a causa della loro molteplicità di uso, di materie prime con le quali vengono prodotti, di supporti sui quali possono venire usati.

 E' per questo che gli Stucchi sono spesso classificati per i seguenti parametri:

1)     Categoria di Legante (Stucco Acrilico, Stucco Vinilico, Stucco Alchilico, Stucco Epossidico ecc

2)     Categoria di Supporto (Stucco da Muro, Stucco da Legno, Stucco per Metallo ecc)

3)     Lo scopo d’uso. (Stucco Riempitivo, Stucco isolante, Stucco livellante, Stucco decorativo, ecc)

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Come scegliere gli Stucchi 

Si ricordi che la Scelta di uno Stucco è sempre determinata da:

Lo scopo d’uso. (Riempire, isolare, livellare, decorare, ecc)

Le sollecitazioni Chimico Fisiche alle quali verrà sottoposto il manufatto stuccato. (Temperature, Ultra Violetti, contatti fortemente acidi o alcalini ecc)

La natura del  supporto sul quale verrà applicato. (Legno, Metallo, Muratura, Compositi ecc)

L’ ambiente di esercizio. (Interno, esterno, ambiente aggressivo, ecc)

Di conseguenza sceglieremo uno Stucco, che esaudisca, tutti gli obbiettivi che ci siamo posti.(Uso, Sollecitazioni, Natura del supporto e ambiente d'esercizio.  

Riteneteci comunque sempre a disposizione  all’indirizzo  per consigliarVi nella scelta di Stucchi di qualsivoglia categoria, per qualsivoglia uso.

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Archeologia degli stucchi

Tratto da:              Archeologia dei Materiali”
di Aurora Castagna

   

Gli stucchi

Col termine ‘stucco’ si indica un particolare tipo di decorazione parietale in rilievo, realizzata in materiale plastico bianco, eventualmente colorato con pigmenti, che indurisce all’aria.

È importante ricordare che tale definizione non si riferisce a un materiale preciso, dato che gli stucchi possono essere realizzati con leganti derivati da rocce solfatiche oppure carbonatiche; solo con adeguate analisi di laboratorio è pertanto possibile stabilire l’esatta natura geologica e chimica di ogni manufatto. Le tecniche di lavorazione del materiale possono essere di due tipi: modellamento a mano oppure formatura entro stampi; in entrambe i casi i particolari vengono aggiunti successivamente, adoperando spatole di varie dimensioni. La realizzazione di rilievi in stucco è attestata già nell’antico Egitto, oltre che nell’architettura minoica e micenea. Impiegati presso i Greci di età classica, furono particolarmente diffusi dal IV sec. a.C. per la decorazione di case o di monumenti funerari. Nell’architettura domestica di Delo sono attestate decorazioni parietali in stucco a imitazione delle murature in conci, mentre motivi particolarmente raffinati caratterizzavano invece la produzione degli stucchi alessandrini. Pare che i Greci utilizzassero prevalentemente rocce calcaree e, in misura minore, solfatiche.

Secondo alcuni studiosi la tecnica dello stucco si sarebbe estesa, tramite la Grecia ellenistica, all’Asia Minore e quindi al Medio Oriente, dove prese avvio una tradizione artigianale particolarmente ricca presso i Parti e, successivamente, presso i Sassanidi. Decorazioni in stucco sono documentate anche nell’architettura funeraria etrusca, come attesta il celebre esempio della “Tomba dei Rilievi” di Cerveteri. Analisi dettagliate hanno dimostrato che i numerosi oggetti quotidiani raffigurati sulle pareti sono stati realizzati in un impasto di calce e sabbia; formati singolarmente, con apposite matrici, i singoli motivi sono stati poi saldati alla parete, sopra uno strato di intonaco dalla superficie ruvida, sul quale erano stati preventivamente incisi i contorni. A partire dal I secolo a.C. la diffusione di stucchi si moltiplica: nelle città campane, a Roma, nel Lazio, si fanno numerose le testimonianze di decorazioni in rilievo sulle pareti e sulle volte; cornici o motivi annessi a pitture murali si diffondono inoltre nelle province romane occidentali, come la Gallia, la Bretagna e anche il Norico e la Pannonia. Un’accurata indagine condotta negli anni Settanta sugli stucchi di queste regioni ha permesso di comprendere molti aspetti della loro realizzazione.

Gli elementi modanati o le cornici erano non di rado modellati in più strati: quelli inferiori costituiti da calce e sabbia e quello superficiale da malta grassa e marmo macinato. Le cornici in rilievo potevano essere realizzate soltanto nello strato esterno, oppure, se avevano molto aggetto, venivano abbozzate anche nei sottostanti livelli di malta. Per ottenere i singoli motivi decorativi si utilizzavano piccole matrici a forma allungata, che portavano, in negativo, uno o più soggetti giustapposti e che venivano premute sulla pasta ancora umida. L’ esame comparativo di cornici rinvenute in aree anche molto lontane fra loro ha dimostrato l’identità di molti motivi e di conseguenza ha indicato la grande circolazione delle matrici. L’esistenza di artigiani itineranti, Tectores romani intenti a realizzare una decorazione in stucco in un ambiente interno; il disegno ricostruisce tre diversi tipi di operazioni: realizzazione di una modanatura liscia; di una cornice decorata a stampo; modellazione di soggetti a mano libera (da ADAM 1989) addetti alla preparazione di intonaci e stucchi (tectores), è stata d’altra parte dimostrata anche da specifiche ricerche di epigrafia; evidentemente questi artigiani portavano con loro anche gli stampi Per realizzare decorazioni meno stereotipate, più aggettanti o per vere e proprie scene figurate si ricorreva invece al modellamento a mano con spatole. L’analisi chimica di oltre settanta campioni di stucchi prelevati in varie città delle province romane occidentali ha dimostrato che un rivestimento in stucco di una superficie muraria in mattoni (da DONATI 1990, rielaborata) solo era costituito in prevalenza da solfato di calcio, mentre tutti gli altri erano stati realizzati con rocce carbonatiche; ciò ha portato a supporre che nelle province occidentali dell’Impero gli stucchi venissero realizzati con calce e sabbia, a differenza delle regioni orientali dove l’uso di gesso doveva essere prevalente. Tutt’altro che rare dovevano essere le decorazioni in stucco durante l’Alto medioevo, soprattutto per gli interni dei principali edifici religiosi; l’uso di questo materiale costituiva forse un surrogato della pietra e del marmo, la cui fornitura era divenuta sempre più costosa, dato l’abbandono progressivo delle cave. La esecuzione di decorazioni ornamentali, ma anche di veri e propri elementi architettonici (fregi, archetti, pilastrini, capitelli, ecc.) e persino di manufatti non connessi al supporto della parete (plutei, transenne, altari) è ampiamente attestata anche nei secoli XI e XII. Le tecniche di lavorazione sono ancora lo stampo entro matrice, oppure il modellamento a mano, con spatola e stecca, spesso colando l’impasto su un’armatura di canne o su un nucleo in argilla. Generalmente i motivi richiamano il repertorio orientale: bizantino, sassanide o islamico.

Questo dato è di particolare importanza se lo si confronta con i risultati delle analisi condotte su diversi campioni di stucchi prelevati da vari monumenti alto medievali d’Europa, che hanno dimostrato, nella quasi totalità dei casi, l’impiego di gesso pressoché puro. L’esame della materia prima sembrerebbe pertanto confortare l’ipotesi di una tradizione artigianale diversa da quella tardo romana e legata invece alla cultura greco - bizantina o addirittura araba o sassanide. Un ricchissimo contesto rinvenuto di recente a Gerace (RC), costituito da oltre 180 frammenti appartenenti a pilastrini, formelle, archetti, fregi, pulvini, datati ad epoca normanna, è stato probabilmente realizzato da artigiani arabi, forse provenienti dalla Sicilia, come attesterebbe l’analisi dei motivi decorativi. L’ipotesi della presenza di maestranze orientali, forse bizantine, è stata avanzata anche per le transenne in stucco rinvenute recentemente negli scavi dell’abbazia di San Fruttuoso di Camogli (GE) e datate fra X e XI secolo. In questo caso, mirate analisi archeometriche hanno rivelato la presenza di un legante misto, a base di calce aerea e di gesso e di un inerte la cui composizione petrografica, estranea al territorio ligure, potrebbe essere di provenienza egea. Se così fosse ci troveremmo in presenza di maestranze itineranti che avrebbero portato con sé, oltre alle conoscenze tecniche, anche il materiale necessario alla realizzazione dei manufatti. Nei secoli successivi, la riaffermazione dei materiali lapidei, e quindi delle decorazioni scultoree, sembra aver causato (tranne che nell’area tedesca) una diminuzione nell’uso degli stucchi.

Una rinnovata importanza di questo materiale per la decorazione architettonica si registra invece a partire dal XVI secolo, sia per gli esterni, sia, soprattutto, per gli ambienti interni. Forse la causa è da ricercare nel generalizzato tentativo di imitare l’architettura classica; ornamentazioni fastose in stucco, talora alternate alla pittura, come nell’arte romana antica, vengono realizzate da celebri artisti rinascimentali; da questi ultimi traggono origine scuole di stuccatori che esportano la loro tradizione artigianale in tutta Italia, in Francia, in Germania e persino nell’Europa orientale. Questa ricca produzione, che perdura anche per tutto il XVII e il XVIII secolo, sembra essersi basata soprattutto sulla cottura di rocce calcaree: il Vasari, descrivendo la composizione dello stucco romano raccomanda l’impiego di calce fatta “o di scaglie di marmo o di travertino” impastata con “marmo pesto (...) mettendo due terzi calce et un terzo marmo pesto”. Dello stuccatore Giovanni da Udine, allievo di Raffaello, lo stesso autore scrive che “fatto pestare scaglie del più bianco marmo che si trovasse, ridottolo in polvere sottile e stacciatolo, lo mescolò con calcina di travertino bianco, trovò che così veniva fatto senza dubbio niuno il vero stucco antico”. Le analisi di laboratorio effettuate su diversi campioni genovesi hanno dimostrato che essi sono stati realizzati prevalentemente con calci magnesiache, mentre il gesso prima del XIX secolo è stato usato pochissimo, e misto a calce. Nelle cornici modanate e nelle finte architetture la modellazione non si limitava all’ultimo strato, ma doveva essere fatta anche in quelli sottostanti, fino all’arriccio, onde mantenere un intonachino grasso e molto sottile. Pertanto la realizzazione prevedeva necessariamente la preparazione preliminare di cartoni e la foggiatura di ogni sporgenza delle modanature in tutti gli strati inferiori. I dettagli più fini venivano poi elaborati solo nel marmorino. Quando i motivi decorativi presentavano spessori notevoli, come nei mascheroni o nei putti, al posto del marmorino si usava uno stucco a base di calce e gesso, con poco inerte finissimo, che non presentava ritiri dannosi e che poteva resistere anche negli esterni, come attesta lo stato di conservazione di molte di queste decorazioni plastiche.

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Gli stucchi in esterno del palazzo della "Reggia"
Università degli Studi di Torino

Rita Binaghi, Giacomo Chiari, Oscar Chiantore.

 

L'uso di stucchi negli apparati decorativi dell'architettura conobbe un'importante ripresa, dopo l'utilizzo in periodo classico, nel XVI secolo. Cominciò poi ad avere una grande diffusione in tutta l'Europa a partire dal diciassettesimo secolo, variando nei materiali e tecniche esecutive a seconda del periodo e delle zone geografiche. Oltre al gesso, che degli stucchi è il componente principale, venivano impiegati altri componenti inorganici e sostanze organiche diverse che mescolate nell'impasto svolgevano le funzioni di leganti e di ritardanti dell'indurimento o presa dello stucco (11). Si impiegavano per questi scopi gomme, colle animali, melassa, sostanze proteiche come caseine o albumine, e altre ancora. Lo scopo ricercato era quello di facilitare la lavorabilità della pasta ritardandone l'indurimento. La durezza e la apparenza delle superfici potevano essere variate giocando sugli altri componenti inorganici degli impasti di finitura, che contenevano anche i pigmenti necessari per ottenere la colorazione finale desiderata. La finitura delle decorazioni, infine, veniva ottenuta o tramite lucidatura meccanica, o mediante applicazione di prodotti vernicianti. Tipici trattamenti di epoca barocca comprendevano l'uso di oli siccativi, grassi animali, cere (12). 
Il risultato delle analisi sulle decorazioni murarie del loggiato e della facciata interna del Palazzo dell'Università rientra pienamente in questo quadro e l'individuazione dei componenti materiali costituisce anche verifica delle tecniche impiegate. Si può infatti ipotizzare che le superfici di stucchi e decorazioni murarie siano state, all'epoca della loro fabbricazione, trattate con oli e cere, senza aggiunta di pigmenti, allo scopo di dare un particolare effetto lucido, oltre che probabilmente di aumentare la saturazione del colore della falsa pietra. La colorazione originale degli stucchi era il rossiccio risultante dalla presenza di ossidi di ferro (la presenza di ematite potrebbe essere giustificata dal fatto che si faceva uso di "macciaferroî ossia di piccole scorie di ferro, ricavate dalla lavorazione dello stesso, per rendere più idraulica la calce (13)) nell'impasto del marmorino usato per lo strato di finitura. La abbondante presenza di ossalati viene spiegata, a sua volta, considerando che questi sono i prodotti finali della degradazione degli oli e cere applicati sulle superfici. Allo stesso tempo gli ossalati possono anche derivare, in parte, da caseine, colle animali, o altre sostanze eventualmente utilizzate negli impasti per la modellazione degli stucchi. 

Si può quindi argomentare, in conclusione, che il colore mattone-rosato degli stucchi ben si doveva contrapporre al  grigio molto chiaro ed iridescente della muratura piana e dei soffitti sull'esterno, indicato nei documenti. Su tutto giocava una luce complice e ricercata per ridefinire un rapporto di estremo interesse tra architettura e decorazione, intuibile ancor oggi al termine del restauro, nonostante la ripresa non totalmente fedele dei colori. (Figura 3).
Gli stucchi sono componenti fondamentali dell'Architettura, i quali partecipano pienamente della vita dell'oggetto architettonico, soprattutto nella sua ricaduta visiva a cui si riconosce valenza artistica. E' difficile poter pensare, ed in particolar modo in periodo barocco che l'intenzione dell'architetto progettista fosse quella di ricadere in mono tono appiattente. 
La loro importanza è inoltre facilmente deducibile anche dallo spazio ad essi dedicato nella trattatistica architettonica storica che descrive materiali, supporti e finiture protettive. Nonostante però l'attenzione espressa nelle descrizioni, non si giunge mai ad una ricetta effettiva, quantomeno per noi traducibile in termini operativi efficaci. Manca l'esperienza del mestiere che è dato per conosciuto e che fa la differenza. Si tratta, il più delle volte, di una rassegna di materiali che si fa fatica a ricondurre alle pratiche quotidiane del cantiere, fatto questo che costituisce poi lo iato sostanziale tra un manuale ed un trattato e che fa sì che un trattato non possa essere direttamente operativo, conservando il segreto dell'Arte. 
Non a caso dunque, nonostante tutti gli studi, è un mondo quello degli stucchi in cui rimane ancora molto da scoprire. Lo dimostrano le continue sorprese che i cantieri di restauro riservano, incentivando e motivando studi e ricerche sotto il profilo fisico-chimico, accompagnate e supportate dall'indagine storico-archivistica. 
Esempi importanti di quanto affermato sono proprio i cantieri torinesi del Palazzo dell'Università e quello di piazza San Carlo (14). In entrambi questi interventi è infatti emerso come fondamentale un aspetto, a cui si è dato sino ad oggi una scarsa rilevanza in senso scientifico, perché ritenuto più di pertinenza artistica: il valore del rapporto colore-luce. In realtà la consapevolezza della ricerca e quindi lo studio dei modi attraverso cui questo rapporto è stato interpretato in periodo barocco costituisce un asse portante anche per l'indagine scientifica, perché l'effetto ricercato non è ottenuto solo con l'ausilio della forma data alla materia, ma anche attraverso l'uso di materiali diversi. E per materiali qui si intende un concetto molto allargato, che va oltre alla distinzione mattone, pietra o stucco, per entrare nell'ambito dei componenti di base e della loro interrelazione reciproca, che sono poi di fatto l'oggetto diretto delle indagini di laboratorio. 
 
 

Figura 3.  Scorcio del cortile del Palazzo dell'Università degli Studi di Torino, dopo l'intervento di restauro delle superfici esterne e degli apparati decorativi sostenuto dalla Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino.

Note
(11) T. TURCO Il Gesso, Lavorazione trasformazione Impieghi, Hoepli 1990, Milano.
(12) M.BERNER, J.WEBER, "Stucco marble: notes on its preparation according to literature" in Baroque Artificial marble: Environmental Impacts, Degradation and protection, ENVIART, Protection and Conservation of European Cultural Heritage, Research Report N° 9, C. Wittenburg Ed. (1999) 11- 20.
(13) M. G. CERRI, Le tecniche costruttive del cantiere sabaudo (1695-1747): una guida per il recupero, in Manutenzione e conservazione del costruito fra tradizione ed innovazione, Atti del Convegno di Studi di Bressanone 1986, a cura di G. BISCONTIN, Padova, 1986, p. 97.
(14) Nel caso della ritinteggiatura della piazza, che costituisce il cuore di Torino, il problema fondamentale è stato quello di ripristinare un effetto colore-luce più vicino possibile a quello originario. Anche qui le sorprese non sono state poche, lasciando sul campo problemi ancora insoluti come quella strana colorazione grigia molto scura, che è apparsa dopo la pulitura a bisturi degli stucchi  e che, non potendo essere una colorazione effettiva ed intenzionale, lasciava solo supporre un viraggio. Ma di che cosa? Le indagini chimico-fisiche su campioni, condotte in particolare dalla Dott. M.A. Galloni, non hanno potuto fornire risposte chiarificatrici. Pertanto per ora la soluzione è demandata ad indagini supplettive. Per un approfondimento si rimanda a Piazza S. Carlo a Torino - Storia di un Restauro, a cura di M.P. DAL BIANCO, C. MARENCO DI SANTA ROSA, con la collaborazione di Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici del Piemonte e del Settore Arredo Urbano della Città di Torino, Milano, Edizioni Lybra, in corso di stampa.

 

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Le malte con gesso e/o calce e polvere di marmo per intonaci e stucchi


in: Le ricette del restauro, Venezia, Marsilio 1998, pp. 47-59.

di Carla Arcolao

Gli impasti costitutivi dello stucco per decorazioni plastiche ed intonaci, desunti dalle fonti, possono essere ricondotti a quattro impasti principali: 
1) impasto a base di gesso cotto, acqua con eventuale aggiunta di additivi (leganti organici e cariche di vario tipo); 
2) impasto a base di calce, polvere di marmo (o di travertino), più raramente sabbia; 
3) impasto a base di calce, gesso cotto (con o senza inerti) con eventuale aggiunta di additivi 
4) impasto a base di gesso cotto (e più raramente gesso crudo), acqua e leganti proteici (colla animale). 

È necessario osservare che il gesso di cui parlano le fonti, anche se non specificato, è da ritenersi nella forma emidrata (gesso cotto o gesso per modellatori), ottenuto dalla cottura a 128° circa del solfato di calcio bi idrato (gesso crudo). 
Dalla cottura del gesso crudo dipendono le caratteristiche dell'impasto, e proprio in questa fase, per molti autori tra cui ad esempio Rondelet, erano da ricercarsi i presunti segreti degli stuccatori più abili. Infatti, variando opportunamente la temperatura e la durata della cottura, si poteva ottenere l'eliminazione totale o parziale dell'acqua di cristallizzazione contenuta nel minerale, creando dei gessi in grado di riassorbire quantità di acqua diverse in fase di lavorazione, e quindi composti con una presa più lenta o più rapida, e con una resistenza meccanica diversa. Per la realizzazione di lavori particolarmente raffinati si sceglievano le pietre migliori e più bianche. Secondo Jean Rondelet, era necessario che lo stesso stuccatore facesse cuocere i pezzi di gesso giunti in cantiere dalla cava, per controllarne costantemente il grado di cottura.
Per la dosatura degli ingredienti, soprattutto per la miscelazione con l'acqua, generalmente le fonti raccomandano di affidarsi all'esperienza degli stuccatori, soprattutto dei garzoni che nel cantiere avevano il compito di preparare gli impasti, ed erano quindi in grado di riconoscere il giusto "grado" di fluidità dello stucco Nel caso di impasti a base solo di gesso generalmente si consigliava un rapporto in volume di 1:1. Nel caso invece di impasti contenenti leganti diversi, la proporzione degli ingredienti variava a seconda della successione degli strati. Per gli strati di preparazione era maggiore la quantità di gesso rispetto a quella della calce e della sabbia, mentre per gli strati di finitura, nei quali molto spesso si escludeva l'uso  del gesso,si consigliavano impasti di calce e polvere di marmo in proporzioni uguali. 

a) Decorazioni plastiche. 
L'elemento che maggiormente caratterizza le ricette riguardanti gli impasti per decorazioni plastiche è la ricerca di additivi e procedimenti in grado di accelerare la presa e, nello stesso tempo, ritardare l'indurimento dei composti influendo su tali processi si volevano ottenere malte modellabili a lungo, ma che facessero presa con una velocità sufficiente per non cadere o deformarsi, una volta poste in opera, sotto il loro stesso peso. 
Particolarmente interessanti sono, a questo proposito, gli ingredienti riportati da Francesco di Giorgio Martini e da Pietro Cataneo. Entrambi parlano di un composto a base di gesso cotto, calce di marmo (o polvere dello stesso), polvere di pomice e zolfo, da stemperare in un decotto di bucce di olmo, fieno e cime di malva (1), infusione che presumibilmente per  il suo  abbondante contenuto di amido, tannino (2) e zucchero, e quindi per il suo potere irrigidente e astringente, avrebbe incrementato la lavorabilità dell'impasto sia nella fase di indurimento sia una volta asciutto (3). Tale caratteristica  era probabilmente enfatizzata dalla presenza della polvere di pietra pomice. La pomice, infatti, ha una struttura  spugnosa globulare a cavità chiuse che trattengono a lungo l'umidità, permettendo alla malta di asciugarsi più lentamente. 

Sempre allo scopo di ritardare il tempo di presa e rendere il composto più adesivo e resistente, molti autori  consigliano impasti a base di gesso cotto e colle animali. Nei composti a base di solfato di calcio emidrato, infatti, l'uso di leganti proteici ha la funzione di renderlo malleabile più a lungo (4). La colla infatti inibisce la formazione dei germi di cristallizzazione e diminuisce la solubilità del gesso, permettendo di ridurre l'acqua d'impasto, aumenta anche la durezza del prodotto finale. Francesco Griselini, a questo scopo, raccomandava di unire al gesso acqua calda contenente colla di 
Fiandra (5) e colla di pesce (6) (o colla arabica). 

Un altro concetto spesso ribadito dalle fonti è la difficoltà di conservazione dei manufatti contenenti gesso, in 
particolare la loro scarsa resistenza all'umidità, che si cercava di incrementare con l'aggiunta nell'impasto di polvere di mattone  pesto o pozzolana, e con applicazioni sul manufatto asciutto di latte di calce, latte, caseinato di calcio (7), oli e acqua di colla, tutte sostanze in grado di collegare più tenacemente i cristalli del solfato di calcio. 
Per le decorazioni esterne in generale sono sconsigliati gli impasti a base di gesso, che vengono sostituiti da quelli a base di calce e sabbia di cui si incrementava l'idraulicità con ingredienti particolari, come ad esempio tegole peste, "scorie di ferro e tartaro di vino" (8) (Rondelet).b) Intonaci comuni. Per la realizzazione degli intonaci con malte a base di gesso e/o calce e
polvere di marmo si utilizzavano sostanzialmente gli stessi impasti utilizzati per le decorazioni plastiche, la differenza non era negli ingredienti, ma nella maggiore o minore liquidità del composto. 

Intonaci con gesso. Prima della fine del Settecento, in Italia, gli intonaci a base di gesso non sembrano molto diffusi, circostanza che sembra confermata dal fatto che la maggior parte delle indicazioni riportate nei manuali italiani del periodo venivano riprese direttamente dai manuali francesi, o ricavate dalle traduzioni di questi ultimi in italiano. 
Antonio Cantalupi, che ricava le proprie indicazioni dal testo di Claudel e Laroque, consiglia di impiegare intonaci a  base di gesso stemperato nell'acqua per realizzare rinzaffi aventi la funzione di rendere la superficie muraria regolare prima  di  applicarvi l'arricciatura, anch'essa in malta di gesso. Sempre lo stesso autore descrive un intonaco per superfici lignee chiamato "lattata", realizzato con gesso diluito in molta acqua e applicato con la cazzuola. 

Intonaci con polvere di marmo. La polvere di marmo, essendo costituita prevalentemente da carbonato di calce,  svolge negli intonaci realizzati con malta di calce due funzioni: rallentare la carbonatazione, e di conseguenza i tempi di presa ed indurimento dell'impasto, migliorandone la stabilità, e aumentare la naturale plasticità dell'impasto. 
Vitruvio consigliava la stesura di tre strati di malta contenente calce e polvere di marmo, a completamento della superficie muraria. Leon Battista Alberti, invece, prescrive la malta con polvere di marmo come ultimo strato che doveva essere battuto e lisciato (9) con la cazzuola.In generale tutte le ricette per l'intonaco con polvere di marmo prevedevano, nella dosatura degli
ingredienti, un aumento della quantità di legante nello strato più esterno, probabilmente per questo motivo i rivestimenti realizzati con tale tecnica presentano una crettatura della superficie esterna. 

c) Intonaci a finto marmo. 
La colorazione dello stucco mediante pigmenti costituisce l'elemento caratterizzante della tecnica dei rivestimenti a imitazione del marmo. La colorazione poteva avvenire nell'impasto oppure con l'applicazione dei colori sulla superficie già realizzata. 

Le fonti esaminate dedicano grande spazio soprattutto alla descrizione degli stucchi coloranti nella fase di amalgama. L'impasto per tale tipo di stucchi era formato da scagliola (chiamata anche mischia), ossia un impasto di gesso cotto con una soluzione di colla animale, mescolato a pigmenti e ad eventuali additivi. Le colle consigliate dalle fonti sono generalmente due: la colla di Fiandra e la colla di pesce. Per entrambe si raccomanda di non usarle né troppo forti né troppo deboli, perché nel primo caso avrebbero allontanato troppo le particelle del gesso impedendo la formazione di un corpo compatto, e nel secondo non le "riunisce abbastanza". In ogni caso è sempre l'esperienza o, come afferma Rondelet, "l'uso quello che fa conoscere il grado che conviene ad ogni specie di gesso"; e in ciò consisterebbe, secondo l'Autore, il preteso segreto di ogni stuccatore. 

d) Intonaci a "stucco lucido". Gli impasti per gli intonaci a "stucco lucido" sono gli stessi dello stucco a imitazione del marmo e del marmorino, cambiano soltanto le metodologie esecutive e alcune finiture superficiali atte a rendere la lucentezza del marmo oltre che imitarne le venature. 

Lavorazione degli impasti 

Le caratteristiche tecniche e in particolare la velocità di indurimento degli impasti a base di gesso, a parità di altri fattori, vengono ricondotte dalle fonti al grado di finezza del materiale. 
Dopo la fase di cottura, quella considerata più importante, era la fase di macinazione e setacciatura del gesso, operata con strumenti diversi a seconda della granulometria desiderata. Generalmente si consigliava l'utilizzo di una lastra di marmo di un mortaio di metallo per la macinazione e di un setaccio di seta per ottenere, come afferma Vincenzo Scamozzi, una polvere dalla consistenza simile a quella della farina. 
La lavorazione degli impasti a base di gesso doveva essere breve e molto rapida, perché una volta induriti divenivano inutilizzabili. L'indicazione più dettagliata, a questo proposito, è fornita dal Rondelet, il quale consiglia di eseguire l'impasto della malta di calce e sabbia fina con l'acqua su di una "tavoletta", una specie di vassoio che lo stuccatore doveva tenere in mano. Su questa tavoletta l'operatore doveva disporre la malta come "una specie di bacino" nel quale seminare il gesso, in
quantità tale da assorbire tutta l'acqua eccedente e ottenere una pasta uniforme immediatamente utilizzabile. Le altre indicazioni prescrivono l'uso di "bacini" o "mastelli" da porsi vicino all'operatore, nei quali aggiungere alla malta già preparata il gesso necessario, oppure contenenti l'acqua in cui seminarlo a poco a poco. L'impasto doveva essere mescolato fino a quando, preso con la cazzuola, vi rimaneva attaccato per uno strato, come afferma Antonio Cantalupi di almeno due millimetri. 

a) Intonaci a finto marmo colorati in pasta. Le indicazioni per la lavorazione degli impasti a imitazione del marmo colorati"in pasta" sono sostanzialmente d due tipi.  Il primo, descritto tra gli altri da Francesco Griselini, consisteva nello stemperare i colori (sotto forma di pigmenti minerali) del marmo che si voleva imitare in alcuni vasi di vetro, contenenti una soluzione di acqua e colla calda alla quale si aggiungeva un quantità di gesso sufficiente a formare un impasto "consistente". Con questo impasto si realizzavano delle "focacce" (ovvero pallottole schiacciate che venivano disposte una sopra all'altra, mettendone una quantità maggiore di quelle del colore dominante nel marmo. 

Il secondo procedimento è descritto in modo molto dettagliato da Jean Rondelet, che riporta le indicazioni dei fratelli Albertolli, e dal Breyman. Tale procedimento prevedeva la formazione di piccoli impasti con la polvere di gesso finemente macinata e setacciata, e la colla di Fiandra diluita, a cui si aggiungevano pigmenti per affresco del colore del marmo da imitare. Con questa pasta colorata si formavano delle "pallottole", più grosse quelle del colore di fondo e più  piccole le altre,
che si ordinavano per tonalità di colore. Alcune di queste pallottole venivano inoltre macchiate con la "salsa", un impasto formato ancora da gesso e acqua di colla, che serviva per ottenere delle "striature" (più chiare o più scure) simili alle venature del marmo. 

Tecniche di applicazione e finitura 

Le decorazioni plastiche in stucco potevano essere eseguite in opera o fuori opera, oppure avvalersi di entrambe le tecniche contemporaneamente.Lo stucco realizzato in opera era il risultato di operazioni di modellazione dell'impasto fresco eseguite direttamente sul manufatto. Lo stucco realizzato fuori opera, invece, poteva essere ottenuto in due modi differenti. Il primo prevedeva la realizzazione delle singole parti, non direttamente sul supporto murario, ma sul banco del cantiere.
Mentre il secondo si avvaleva di stampi che permettevano la realizzazione delle parti di una decorazione anche fuori dal cantiere, tramite la colatura dello stucco in apposite forme. La differenza dei due metodi denunciata dalle fonti è la rapidità ed economicità delle decorazioni prodotte con il secondo sistema e nella abilità richiesta, invece, per quelli  realizzati con il primo. 

a) Decorazioni plastiche eseguite in opera 
Armature. Data la particolare consistenza degli impasti per decorazioni plastiche, duttili ma dalla presa non istantanea,durante la loro applicazione poteva accadere che si deformassero o aderissero imperfettamente al supporto su cui dovevano essere applicati, evenienza tanto più probabile quanto maggiore era lo spessore di malta utilizzato. Per spessori ridotti si riteneva sufficiente la semplice aggiunta di cariche organiche costituite da fibre vegetali (generalmente paglia triturata) o animali (peli o crine), oppure leganti proteici come le colle di pesce o di ritagli di pelle. 
Le fibre vegetali, in particolare, oltre a fornire uno scheletro di supporto erano in grado di ritardare l'indurimento perché, assorbendo acqua in fase di impasto, mantengano il composto più a lungo umido. Questa osservazione è confermata da una indicazione riportata da Leon Battista Alberti che prevedeva l'aggiunta di "minutissimi pezzi di cordami stravecchi" per ottenere un intonaco in grado di asciugarsi molto lentamente. Per rilievi molto aggettanti come capitelli, festoni e modanature, si rendeva invece necessaria la messa in opera di vere e proprie armature di sostegno. Bisognava cioè predisporre sul supporto murario delle strutture in aggetto, realizzate con mattoni o con altri materiali, che seguissero l'andamento del rilievo consentendo di diminuire la malta necessaria e quindi lo spessore dello stucco. Per la realizzazione di cornici e modanature, intorno a volte, porte e finestre, le fonti  riportano due tecniche di realizzazione delle armature di supporto: 
1) nel primo caso la struttura di appoggio era realizzata modellando direttamente la superficie muraria, se questa era costituita di pietre "dolci" (tufo o mattoni), come indicato da Giorgio Vasari. 
2) nel secondo caso, invece, si ricorreva alla costruzione di uno scheletro mattoni o di tufo, o di altra pietra facilmente lavorabile, che veniva modellata murata durante la realizzazione del supporto murario, come descritto da P. Cataneo e da Francesco De Cesare. Quest'ultimo in particolare afferma che per i "grandi sporti" si utilizzavano dei lunghi prismi che i muratori chiamavano "spaccatoni" o anche dei pezzi di "lastrico", cioè dei pezzi di pavimentazioni tagliati e inseriti nella
muratura; questa variante non compare in altri testi ed è quindi da ritenere una tecnica caratteristica dell'area napoletana da cui il testo proviene. 

Armature per decorazioni complesse. Quando però le decorazioni in stucco erano formalmente più complesse, come nel caso di capitelli, trofei o figure modellate ad altorilievo, si fissavano alla parete chiodi e grappe più o meno grandi in proporzione a quanto le decorazioni dovevano sporgere dal supporto murario, e tra questi si muravano dei piccoli pezzi di mattone o tufo, come indicano Vasari e Cataneo, e come riporta, tra gli altri, nell'ottocento Giovanni Curioni, a testimonianza di una tecnica rimasta per molti secoli sostanzialmente immutata. 

Modellazione delle cornici Sul supporto, adeguatamente preparato, l'impasto veniva steso in più strati, come descritto da Pirro Ligorio, ruvido e "granelloso" il primo, sul quale veniva abbozzata con spatole di varia misura la forma, più  fine e malleabile il secondo per consentire una modellazione precisa e accurata. Questa modellazione avveniva quando l'impasto era ancora "fresco", con l'impiego di sagome che riproducevano la cornice in negativo. In particolare, secondo  Rondelet, di sagome o "calibri" ne occorrevano due: uno più piccolo per l'abbozzo, e uno delle dimensioni reali della decorazione  finita.
Nelle fonti ottocentesche i modani in legno vengono descritti e rappresentati muniti di una sottile lastra di ferro  tagliata a seguire le curve della modanatura, per ottenere delle superfici più nette. Si suggerisce inoltre di utilizzare queste sagome con il supporto di una piccola impalcatura composta da un carrello, generalmente in legno, che funzionava da sostegno per la lamina e da guida per l'operatore. Per evitare ogni minima oscillazione e mantenere la forma perpendicolare alla superficie, questo carrello era tenuto in posizione da guide di legno (o staggie, come le definisce il Breyman) fissate alla parete. 

b) Decorazioni plastiche eseguite fuori opera 
Nei casi in cui non si potevano usare le sagome nel modo descritto, G.A. Breyman consiglia di ricorrere alla realizzazione delle cornici fuori opera, modellandole in lunghi pezzi continui sul banco e applicandole alla parete con una malta uguale a quella di cui erano composte. 
Lo stucco fuori opera poteva essere realizzato anche con stampi che riproducevano la decorazione in negativo.  Questi stampi potevano essere in gesso o in legno e più raramente in terra cotta. Solo Cennino Cennini parla di uno stampo molto particolare, realizzato con una lastra di stagno "improntata", con un martello di salice, su di un modello in pietra ricoperto con lardo e sugna e successivamente riempito con un impasto di gesso e colla. 

c) Decorazioni plastiche eseguite in opera con stampi 
A metà tra la realizzazione in opera e quella fuori opera si colloca la tecnica descritta da Pietro Cataneo, Giorgio Vasari e Antonio Cantalupi. Le ricette riportate da Pietro Cataneo e alcuni secoli dopo da Antonio Cantalupi si riferiscono a una modellazione dello stucco realizzata tramite forme ottenute da essenze particolarmente dure (pero, melo o bosso),  intagliate in negativo, cosparse con polvere di marmo e applicate sullo stucco ancora plastico. Battendole con un martello, queste
matrici davano all'impasto la forma voluta. 
La tecnica descritta da Giorgio Vasari e adottata, secondo l'Autore, da Donato Bramante nella realizzazione delle decorazioni della basilica di San Pietro a Roma prevedeva la realizzazione delle decorazioni avvalendosi di grandi forme in terracotta. In queste forme, assicurate alle impalcature tramite armature in legno, veniva colata la malta di calce. Le decorazioni, quindi, venivano realizzate contemporaneamente al manufatto, ed in particolare alle volte, ma non  richiedevano la modellazione manuale di ogni singolo pezzo. Finitura superficiale, coloritura e doratura Una volta asciutte, le decorazioni venivano rifinite a secco mediante l'uso di raschiatoi, pezze di lino e pietra pomice. Molto interessanti sono, a questo proposito, le indicazioni riportate da Francesco Griselini per rifinire una decorazione realizzata con un impasto di gesso e colla tramite un lungo processo di pulitura con pietre di consistenza diversa. La prima pulitura avveniva con una pietra dalla grana più sottile della selce e, in mancanza di questa, con pietra pomice. Terminata questa prima fase, si proseguiva la rifinitura con delle pezze di lino bagnate, su cui si applicava come abrasivo della creta o della polvere di una pietra bianca di origine calcarea, chiamata Tripoli, oppure una polvere di legno di salice carbonizzato. Infine, per lucidare l'opera terminata, suggeriva di sfregarla con un pezzo di cappello, quindi presumibilmente feltro, imbevuto di olio. 
Nel testo curato da Raffaele Pareto, in particolare, si indica come olio da utilizzare quello d'oliva; questa indicazione sembrerebbe anomala, in quanto l'olio d'oliva non è un olio siccativo e quindi non si asciuga mai, ma non si può  escludere che fosse consigliato proprio per l'effetto "unto" e lucido che conferiva alle opere. 
Molto spesso, oltre alla semplice finitura atta a conferire allo stucco un aspetto liscio e molto uniforme, si consigliava di rifinire le decorazioni, quando erano quasi completamente asciutte, levigandole in alcune parti più che in altre per creare zone con una diversa capacità di riflessione della luce e, quindi, un apparente diversa tonalità di bianco. 

Le decorazioni a stucco potevano, inoltre, essere colorate e dorate. Giorgio Vasari descrive (10) le grottesche come decorazioni in parte dipinte e in parte a rilievo che potevano essere colorate sia al momento dell'impasto sia dopo il loro indurimento, con colori ad acquerello o ad affresco. 
Per la doratura, invece, si utilizzavano sottili lamine di oro battuto. La superficie veniva preparata con la stesura  del bolo, che poteva essere rosso, giallo o verde a seconda del risultato che si voleva ottenere, e quindi ricoperta con foglie d'oro. 

c) Intonaci comuni La stesura dell'intonaco con gesso richiedeva una notevole abilità da parte dell'operatore, che doveva applicare con molta prontezza un composto piuttosto liquido e vischioso, in modo uniforme e senza farlo cadere a terra. 

Per eseguire il rinzaffo in gesso, se il muro era nuovo il muratore non aveva che da bagnare la superficie su cui applicarlo; se si trattava invece di una vecchia muratura, doveva prima togliere l'intonaco esistente e poi ripulire perfettamente la superficie. 

Preparato l'impasto della consistenza voluta (generalmente per gli intonaci le fonti raccomandano composti non troppo densi), l'operatore gettava con la cazzuola alcune porzioni di malta sulla parete e ne eseguiva lo spianamento facendo scorrere il lato tagliente della stessa "leggermente", per rendere la superficie scabra e permettere una migliore 
aderenza degli strati successivi. 

Con le malte di gesso si realizzavano anche, come afferma Antonio Cantalupi, due tipi di arricciature: una semplice, applicata direttamente sulla muratura, ed una destinata a coprire il rinzaffo. 
L'applicazione avveniva in modo analogo. L'operatore doveva innanzi tutto assicurarsi che il rinzaffo fosse ben spianato e privo di irregolarità passandovi sopra il lato "dentato" dello sparviere. Terminata questa fase preliminare,  applicava uno strato di malta facendo scorrere lo sparviere in tutte le direzioni. Gli strati successivi venivano applicati in fasce verticali ed orizzontali fino all'esaurimento della malta. Ultimata la stesura, l'operatore ripassava a secco, prima con il lato dentato e poi con quello tagliente dello stesso strumento, tutto l'intonaco, per lisciare e raddrizzare la superficie.  Le fonti raccomandano, infine, un metodo per l'applicazione dell'intonaco a base di gesso e acqua molto liquido sulle pareti in legno. Questo procedimento prevedeva l'uso di una piccola scopa formata da ramoscelli essiccati. Antonio Cantalupi specifica di utilizzare ramoscelli di betulla legati intorno a un bastone. Applicato in questo modo, il latte di gesso formava
piccole gocce, che indurendo creavano una superficie ruvida su cui l'aderenza del successivo strato di intonaco era molto facilitata. 

c) Intonaci a finto marmo colorati in pasta L'applicazione dello stucco a finto marmo colorato in Pasta poteva avvenire in due modi. Secondo le indicazioni del Rondelet, si prendeva un poco di ciascun colore preparato, si scioglieva  nell'acqua e con questa si impastava il gesso fresco, quindi si applicava il tutto sulla superficie da intonacare a "finto marmo". 
Per il Breyman, invece, si doveva stendere prima uno strato di malta piuttosto grezzo, ottenuto impastando gesso, sabbia fine e acqua di colla. Asciugato completamente questo fondo, si univano insieme le "pallottole" colorate e "venate". Da questo impasto colorato venivano tagliati dei pezzi che, immersi velocemente nell'acqua, venivano applicati sfregando con  la cazzuola inumidita sullo strato di fondo. 
Dopo la stesura degli impasti colorati con spatole e cazzuole, si passava alla finitura a secco. Essa avveniva in modo simile a quella descritta per le decorazioni plastiche, cioè attraverso lo sfregamento con pietre e polveri di consistenza diversa. A differenza di questa, però, la pulitura e lucidatura del finto marmo prevedeva un numero maggiore di operazioni, che possiamo sinteticamente suddividere in quattro fasi: 

1) una prima fase di lisciatura con pialletti e appianatoi per eliminare le maggiori ineguaglianze; 
2) una seconda fase di lisciatura grossolana con pietre leggermente abrasive, come la pietra pomice o la pietra  arenaria; 
3) una terza fase di lucidatura con polveri molto fini, generalmente con la polvere di Tripoli, a cui si poteva sostituire nei punti più difficili come cornici, nicchie ecc., una raspella (probabilmente una piccola scopa), da inumidirsi prima dell'uso; 
4) e infine una quarta fase, ancora di lucidatura, che poteva essere realizzata in due modi. Il primo consisteva nella stesura a pennello di uno strato di acqua e sapone seguita da un'altra di solo olio di lino, applicato molto velocemente con un pezzo  di feltro. Il secondo, invece, prevedeva una prima stesura di olio di lino e una successiva di un composto di cera e olio di trementina, applicati con un panno di lana o di seta. 

La fase nella quale si riscontrano alcune differenze è quella relativa alla pulitura e lucidatura con le varie pietre, soprattutto in relazione al tipo di pietre da utilizzare. 
Ci sembra particolarmente interessante confrontare le pietre (quasi completamente diverse) consigliate da Francesco De Cesare, ben sei, con le quattro indicate dal Breyman, Riportiamo a questo scopo uno schema con la successione 
delle pietre
consigliate dai due autori: 
DE CESARE: 1- Pietra arenaria o pietra artefatta di scagliola e sabbia 2 - Pietra pomice 3- Lavagna 4  Pietra argillosa 5 Pietra di paragone (11) 6  Diaspro 
BREYMAN: 1 - Pietra arenaria 2 - Pietra cote 3 - Pietra cote più fine 4 - Pietra ematite 

Come si può notare, le pietre consigliate erano progressivamente più dure, si passava da pietre costituite da elementi sabbiosi, quindi più abrasive, a pietre più compatte di natura silicea.Il Breyman, in particolare, consiglia di stabilire la successione provando a scalfire le pietre tra di loro, e di utilizzare per ultima quella che non veniva scalfita dalle  altre.

d)Intonaci a finto 
marmo colorati in superficie Lo stucco a finto marmo poteva, come già detto, essere colorato anche in superficie con pigmenti da affresco sciolti nell'acqua di calce, oppure con colori a olio. La prima indicazione trovata per tale coloritura è riportata in un manoscritto anonimo del XVI secolo che prevedeva la coloritura dello stucco, realizzato con calce e  polvere di marmo o di travertino, con colori a olio stesi su di una "inzuppatura" di biacca sciolta in acqua di calce.Gli unici autori a riportare una indicazione simile sono nell'Ottocento Giuseppe Musso e Giuseppe Copperi, che descrivono uno "stucco ad olio per imitare il colore dei marmi". Per eseguire questo stucco si preparava la superficie muraria applicando con una spatola di ferro due strati di malta composta di gesso "vivo" e colla animale molto densa. Dopo l'applicazione di questi due strati si raschiava la superficie con carta vetro e si copriva con uno strato di colla liquida sulla quale, a più riprese,  si stendevano biacca e colori a olio misti con essenza di trementina.e) Intonaco a "stucco lucido" La superficie dello stucco, sgrassata e levigata per mezzo delle tecniche sopradescritte, poteva infine essere "lustrata", oltre che con pietre e olio come per il finto marmo, anche a caldo o a freddo, con soluzioni saponacee e cera ottenendo il cosiddetto "stucco  lucido". Già Leon Battista Alberti parla di un intonaco che diveniva "lustro come specchio" se, una volta asciugato, veniva ricoperto con
un composto di cera, mastice (una resina vegetale) e olio e che una volta unto in questo modo veniva scaldato con  braci per facilitarne l'assorbimento, e infine lucidato.In generale le altre fonti descrivono due diverse soluzioni saponacee, suscettibili di lucidatura, sia a caldo che a freddo.La prima, riportata da Francesco De Cesare, era composta solo da acqua e sapone di Genova, da applicare sullo "stucco semplice" (di gesso per l'interno e di polvere di pietra bianca per l'esterno) non  ancora completamente asciutto, e da comprimere mediante ferri caldi.La seconda, descritta dal Breyman, Si componeva di cera gialla (o bianca per lavori bianchi), sapone, e cremor di tartaro (12) utilizzato probabilmente per facilitare lo scioglimento della cera. La lucidatura, in questo secondo caso, avveniva a freddo, prima con una pelle bianca sottile e  successivamente
con la parte piatta della cazzuola. 

NOTE: 
1) Le radici di malva essiccate e ridotte in polvere, contengono oltre ad amido, tannino e zucchero, il 25-30% di mucillagine. La mucillagine è una sostanza organica naturale ad alto peso molecolare di aspetto simile alla gomma, dotata della caratteristica di rigonfiarsi a contatto con líacqua. Miscelando tale polvere col gesso si ottiene un notevole ritardo della "presa" e un sensibile indurimento. T. Turco, Il gesso, Milano, Hoepli, 1996. < 
2) Il tannino rallenta la presa del gesso perché è una sostanza organica di peso molecolare elevato che agisce come colloide protettore. Inoltre permette di ottenere, insieme al ritardo della presa, un sensibile miglioramento delle resistenze meccaniche dei manufatti, senza alterarne le caratteristiche o danneggiare ed ostacolare i successivi trattamenti di finitura.< 
3) M. Cordaro, M. Nimmo, L. Rissotto, Stucchi, cap. III in D I M O S, parte I, modulo I, Corso sulla manutenzione di dipinti murali  mosaici stucchi, Roma 1978, p. 70. < 
4)Ibid., p. 67 < 
5) La colla di Fiandra o colla forte era ottenuta dalla bollitura nell'acqua di ritagli di pelli, ossa e cartilagini bovine. < 
6) La colla di pesce era ottenuta dalla cottura delle vesciche natatorie di quasi tutti i pesci senza squame. < 
7) Il caseinato di calcio è ottenuto unendo caseina e calce spenta. Storicamente era realizzato impastando calce spenta e formaggio.< 
8) Il tartaro di vino è un sale acido di potassio che si forma all'interno delle botti. Si veda anche la nota 13. < 
9) A proposito dell'attenta lisciatura di questo particolare tipo di intonaco conosciuto anche con il nome di mamorino e diffuso soprattutto nell'area veneta, Alvise Cornaro afferma: "[Ö] con il sopradetto si fa di marmo pesto, et fatto polvere, et messo nella calcina in luogo di sabbione, ma bisogna fregarlo ogni dì una volta, et due, et tre, per quattro o sei dì continui [Ö]". Questo passo fa parte del lacerto di un trattato di architettura citato anche da Andrea Palladio (libro I, cap. 
XXVIII),e andato perduto; si trova in G. Fiocco, Alvise Cornaro il suo tempo le sue opere, Vicenza, Neri Pozza, 1965, p.159.< 
10) G. Vasari, Le vite deí più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani, da Cimabue sino aí tempi nostri. Torino,Einaudi, 1991, pp. 73-74. < 
11) La pietra di paragone è una varietà di diaspro nero, usato in oreficeria per riconoscere il titolo dellíoro. < 
12 ) Griselini, Dizionario delle arti e deí mestieri, cit., tomo XVI, voce "Tartaro", pp. 257-258. Si veda anche la nota 8.<

 

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